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L'Antitrust accusa banche e assicurazioni: l'80% è nelle mani degli stessi soggetti

10 gennaio 2009

Conclusa l'indagine dell'Autorità garante sugli intrecci azionari. Mercato inesistente. Gli italiani lo sapevano già che nel mondo delle banche e delle assicurazioni la concorrenza non era di casa. Ma ora lo sancisce anche l'Autorità garante della concorrenza e del mercato. L'Antitrust chiude la sua indagine confermando, infatti, che l'80% per un verso o per l'altro è nelle stesse mani. Ecco il testo appena pubblicato dall'Autorità. Azionariato concentrato in pochissime mani Un azionariato, anche per le società quotate, spesso concentrato in capo a pochi soggetti e legato da patti, nonché una gestione caratterizzata da incarichi personali doppi o addirittura multipli in società concorrenti e da intrecci del tutto peculiari rispetto al resto d’Europa. È il quadro del settore finanziario italiano che emerge dall’indagine conoscitiva sui rapporti tra concorrenza e corporate governance conclusa dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, dopo oltre un anno di lavoro. L’indagine ricostruisce, in più di duecento pagine, ricche di dati e tabelle, il quadro aggiornato degli assetti di governo societario di banche, compagnie assicurative e società di gestione del risparmio, quotate e non quotate, in Italia, evidenziando i punti di forza e i punti di debolezza del settore e suggerendo, anche alla luce dell’attuale crisi, i necessari interventi. Secondo l’Autorità la situazione attuale impone un’attenzione alta sulla corporate governance: occorre, infatti, esaminare ancora più criticamente i rischi impliciti che il fenomeno dei legami azionari e di incroci personali possono produrre. Da un lato, si tratta di potenziali effetti domino: l’instabilità di alcuni azionisti può investire le imprese nelle quali è detenuto il capitale, e ciò a maggior ragione quando sono coinvolte più società concorrenti. Dall’altro gli interessi “incrociati” e non sempre lineari tra soggetto finanziato e soggetto finanziatore, tra soggetto partecipato e soggetto azionista possono disincentivare l’esigenza di chiarire al mercato l’assetto patrimoniale e i rischi assunti. Se gli interventi statali a sostegno del settore bancario appaiono una misura necessaria nell’immediato, gli spunti dell’indagine sembrano dunque utili per guardare “oltre”, ossia a come riprendersi dalla crisi di fiducia e credibilità del sistema, proprio ripartendo da nuovi assetti di governance. L’Autorità auspica che l’indagine possa costituire un utile momento di approfondimento, con l’obbiettivo di individuare, pur nella fase attuale di turbamento dei mercati finanziari, le aree dove si potrebbero ravvisare problemi di natura concorrenziale connessi ad aspetti di governance nonché possibili soluzioni, sia di carattere normativo/regolamentare, nel rispetto dei ruoli attribuiti alle istituzioni preposte alla vigilanza sui mercati finanziari - in particolare Banca d’Italia, CONSOB, ISVAP -, che in termini di raccomandazioni al mercato. I risultati emersi impongono infatti, secondo l’Antitrust, l’esigenza di un nuovo processo - di regolazione, autoregolazione e di modifiche statutarie - che innovi, ad esempio, sotto il profilo della trasparenza nei processi decisionali, della chiarezza nella attribuzione delle funzioni e responsabilità dei vari organi/comitati, nella eliminazione dei cumuli di ruoli e incarichi tra concorrenti, nonché nella definizione più puntuale dei requisiti per figure rilevanti come gli amministratori indipendenti. È altresì necessaria una completa informazione sull’assetto dell’azionariato, soprattutto laddove caratterizzato da partecipazioni tra concorrenti (sotto il limite Consob del 2% per le partecipazioni di rilievo). Per aumentare il livello di trasparenza, necessario per restituire fiducia nel sistema, occorre maggiore chiarezza nella modalità di azione delle società nei processi di nomina, stesura dei bilanci, scelte di investimento da parte di azionisti essenziali quali le fondazioni. Occorre infine individuare i necessari incentivi allo sviluppo di investitori istituzionali veri come i fondi comuni, e introdurre le più volte ventilate modifiche normative per la figura giuridica delle popolari, soprattutto le quotate, con riferimento ai diritti di voto, ai limiti alle partecipazioni, alle clausole di gradimento. L’indagine si è concentrata su quattro aree di analisi: i modelli di governance, i legami tra concorrenti, il ruolo delle fondazioni bancarie, le banche popolari e le banche di credito cooperativo BCC. 1) MODELLI DI GOVERNANCE PIÙ TRASPARENTI Il quadro che emerge dall’indagine è estremamente complesso: il grado di concentrazione dell’azionariato spesso ravvisabile in capo ad un nucleo circoscritto di soci, talvolta legati da patti, appare molto alto anche per le società quotate. A ciò si associa la capacità di tale nucleo, anche con l’uso delle deleghe, di “guidare” la partecipazione dei soci in alcuni momenti essenziali della vita sociale, quali l’approvazione del bilancio e la nomina del management. In questo contesto secondo l’Antitrust non esiste un modello da privilegiare tra quello tradizionale o quello duale: ciò che conta è invece la chiara ripartizione delle funzioni, quindi degli incentivi, tra azionisti, organi di gestione e organi strategici/di controllo. L’adozione di modelli di governance chiari emerge dunque come priorità anche in termini di recupero di reputazione del sistema. Un focus sulle principali banche, che rappresentano il 53% degli sportelli bancari attivi in Italia, ha poi evidenziato una pluralità di modelli proprietari che variano dalla presenza di banche quotate e non quotate, a banche che appartengono ad un grande gruppo internazionale, fino a quelle riconducibili ad un nucleo familiare. In tutti i casi esaminati, tuttavia, è stato evidenziato un indice di concentrazione dell’azionariato piuttosto elevato che porta a constatare un assetto del settore in esame scarsamente aperto in termini di contendibilità; ciò, se da un lato può garantire una maggiore continuità negli assetti delle società, dall’altro riduce la possibilità che vi siano cambiamenti negli assetti di governance in grado di raggiungere una maggiore efficienza. Da qui la necessità che gli assetti di governance assicurino, al tempo stesso, autonomia alle scelte del management e corretti incentivi alla trasparenza nel processo decisionale rispetto agli azionisti. L’azionariato delle banche esaminate si caratterizza inoltre per una scarsa presenza di investitori istituzionali e, in specie, dei fondi comuni di investimento mentre appaiono ancora significativamente presenti le fondazioni bancarie. 2) RIDURRE I LEGAMI TRA CONCORRENTI Con riferimento ai legami personali, l’analisi indica come l’80% dei gruppi esaminati (pari al 96% dell’attivo totale del campione) presentino nei propri organismi di governance soggetti con incarichi in concorrenti. Il fenomeno riguarda, sia pur con percentuali diversificate, società quotate e non quotate, e società bancarie, assicurative e sgr. (vedi tabelle n. 1 e n. 2). Inoltre, tale condizione non riguarda 1 o 2 esponenti della governance ma può arrivare a coinvolgere anche un numero notevole di individui, fino a 16. L’entità del fenomeno è confermata dal numero di individui con posizioni di interlocking directorates: 325 dei 2876 incarichi svolti negli organi di governance dei gruppi/imprese analizzate sono ricoperti da individui presenti anche nella governance di imprese concorrenti. Di questi 325 incarichi, 150 sono svolti nelle società quotate e 175 in quelle non quotate. Con riferimento alle sole società quotate, 49 dei 150 incarichi svolti da esponenti della governance di più società riguardano gli amministratori indipendenti secondo il TUF o il codice di autodisciplina delle società quotate. L’anomalia rilevata in termini di incroci di ruoli rappresenta una peculiarità tutta italiana: è inesistente per le imprese quotate sulla borsa spagnola e su Euronext-Amsterdam, interessa solo il 26,7% delle società quotate su Euronext-Parigi, il 43,8% di quelle su Deutsche Borse e il 47,1% di quelle su London Stock Exchange. Il corrispondente dato per le società italiane quotate su Borsa Italiana si attesta, come detto, intorno all’80%. (vedi tabella n. 3) Anche i legami attraverso partecipazioni azionarie mostrano criticità non irrilevanti laddove emerge la presenza di competitors nell’azionariato di varie società del settore finanziario per circa il 42,3% dell’attivo totale del campione considerato. Tali legami raggiungono valori particolarmente significativi soprattutto per le società quotate (oltre il 60%) e, a livello di settore, per le banche (oltre il 47%) (vedi tabelle n. 4 e n. 5). Il tema dei legami tra concorrenti costituisce dunque, secondo l’Autorità, un’area suscettibile di miglioramento, nella prospettiva di incentivare piene dinamiche competitive nel settore finanziario. L’analisi giuridica ha infatti evidenziato che il fenomeno non trova una disciplina adeguata. Ad esempio, il divieto di concorrenza di cui all’art. 2390 c.c. è agevolmente derogato da un’autorizzazione preventiva dell’assemblea. Anche la disciplina vigente in materia di conflitti di interesse e amministratori indipendenti non appare idonea a risolvere i problemi concorrenziali derivanti dai legami fra concorrenti. Si tratta di un quadro normativo che non è, ad oggi, compensato da una autoregolamentazione e da una prassi statutaria soddisfacente. Sarebbero quindi necessarie modifiche statutarie volte a garantire l’assenza di legami personali. Poche, infatti, sono le società che adottano regole di governance tese ad affrontare efficacemente il tema qui in esame. 3) PER FONDAZIONI BANCARIE RUOLO DA INVESTITORI Passando alla natura di alcuni azionisti, l’indagine ha rilevato che le fondazioni sono ancora oggi un azionista determinante in molte banche: esse sono presenti in 26 banche sulle 83 del campione; talvolta con un ruolo di controllo, almeno di fatto, altre volte con quote del capitale tali da assicurare la maggioranza relativa o comunque una posizione di assoluto rilievo, sebbene di minoranza. A ciò si aggiunga che la loro funzione appare sempre più strategica, sia in termini di partecipazione alle nomine sia nell’adesione a patti, basti vedere l’andamento delle assemblee. Tra l’altro, lo stesso ruolo di azionista è centrale: l’investimento nella banca rappresenta anche il 90% del valore a bilancio della partecipazione di varie fondazioni e non mancano casi dove sono azionista comune in società concorrenti. A sua volta, più fondazioni sono talvolta e simultaneamente azioniste di rilievo in una stessa banca. La loro centralità per la stabilità, soprattutto oggi, deve quindi necessariamente essere bilanciata da una nuova e trasparente modalità d’azione. La valutazione su questa tipologia di azionista non può che essere articolata. Infatti, se, da un lato, si riscontrano criticità che si ritiene opportuno superare nella prospettiva di promuovere lo sviluppo di un mercato del controllo, dall’altro, soprattutto in questa fase di crisi, la fondazione può, più di altre tipologie di azionista, esporre la società partecipata a minori rischi di instabilità. Sarebbe, inoltre, auspicabile che le fondazioni si avvicinassero ancora di più alla figura di veri e propri investitori istituzionali adottando standard elevati di trasparenza e benchmark proiettati versi rapporti adeguati di rendimento/rischio, che quindi consentano di innescare meccanismi virtuosi anche in termini di recupero della reputazione individuale e collettiva del sistema bancario. Infine, data la loro presenza in più operatori bancari, rileva la necessità, anche su tale profilo, di aumentare la chiarezza informativa sulle modalità operative nella vita societaria, evitando quel rischio di compresenze che creino legami “problematici” sotto il profilo concorrenziale. IL SALVAGENTE 10-1-09

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