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Salva-Poste'' condannava i precari, ma si sapeva che ''saltava''

07 luglio 2009

Il settimanale Il Salvagente, già nell'agosto scorso, denunciava ls norma. La Corte costituzionale ha deciso ieri che alcune norme anti-precari, che riguardavano in particolare, i lavoratori delle Poste, sono incostituzionali. Il settimanale Il Salvagente lo aveva già scritto nell'agosto del 2008. Ripubblichiamo, qui di seguito, gli articoli di Giorgia Nardelli. "È agosto, ma alla Camera del lavoro di Pistoia il centralino continua a squillare e, non c’è nemmeno da chiederlo, le chiamate sono tutte per l’ufficio vertenze. “Sono 200, solo in città, quelli che hanno una causa aperta con l’azienda per chiedere l’assunzione a tempo indeterminato”, dice il segretario generale, Daniele Quiriconi. Non sono solo ex contrattisti di Poste Italiane. Una trentina di loro lavorava al supermercato Panorama, un altro gruppetto ha una vertenza aperta all’impresa di smaltimento rifiuti del luogo, la Zavagli. Hanno avuto contratti “irregolari” di pochi mesi, chiesto il reintegro davanti al giudice, alcuni lo hanno già ottenuto in primo grado. Ma da adesso per loro non ci sarà più reinserimento. Salva-Poste o ammazzavertenze Il testo dell’emendamento salva-Poste (o “ammazza-precari”, dipende dai punti di vista), appena approvato in Parlamento col decreto legge 112/2008 nonostante i dubbi di incostituzionalità sollevati dall’ufficio studi della Camera, è chiaro quanto basta per capire che la loro corsa verso l’assunzione si chiude qui. La norma che deve salvare l’ex statalizzata dalla valanga di vertenze ha finito per travolgere migliaia di altri ricorsisti, in pratica tutto l’esercito dei collezionisti di contratti a tempo determinato che oggi è in causa con il proprio datore di lavoro. Di norma, oggi il giudice che riconosce delle irregolarità nei contratti a termine può obbligare l’impresa al reinserimento del dipendente con assunzione a tempo indeterminato. Con la novità, invece, chi oggi ha una vertenza aperta si vede trasformare l’obbligo del reintegro in un indennizzo in denaro da 2,5 a 6 mensilità. Anche chi è già stato ricollocato per avere vinto in primo grado, alla sentenza di Appello dovrà lasciare il lavoro in cambio di poche migliaia di euro. E, particolare quasi più assurdo, questa norma vale esclusivamente per chi ha cause pendenti, non per chi si rivolgerà al giudice dopo l’entrata in vigore del decreto. Non ne hanno fatto mistero i relatori dell’emendamento: la norma è stata studiata apposta per sottrarre Poste Italiane, invischiata in una vicenda decennale di contratti irregolari e ricorsi a cascata, all’assunzione coatta di almeno 13.500 lavoratori che hanno già vinto la causa in primo grado - e sono stati momentaneamente riammessi - e di altre 10mila persone, ex contrattisti a tempo determinato in attesa di una prima sentenza. Per i primi ci sarà una via di fuga: firmare l’accordo di luglio tra azienda e sindacati, che prevede un’assunzione definitiva, rinunciando all’anzianità e restituendo le mensilità ottenute in tribunale. Per gli altri 10mila, al massimo la prospettiva del magro indennizzo. Dal supermercato alla Rai Quello che, invece, nessuno racconta è che il medesimo destino attende migliaia di altre persone, abbracciate loro malgrado dal provvedimento. Sono tantissimi. Basta chiedere al coordinatore dell’ufficio legale della Cgil Lazio, Franco Bruni, per sapere che quelli che si sono rivolti solo al suo sindacato nella regione sono 3.000. “E mica postini”, spiega Bruni. “Questo numero include i lavoratori non compresi nelle categorie contrattualizzate, per la maggior parte dipendenti a tempo delle piccole e medie imprese che hanno commesso per negligenza o imperizia errori o irregolarità nei contratti”. Ma è il terziario il settore più colpito, è lì che la formula “Cdt” è più utilizzata. Giovanni Pirulli, della Fisascat Cisl azzarda dei numeri: “Nel terziario gli atipici sono il 20% degli addetti, se pensiamo che in media il 5% di questi ricorre contro il datore di lavoro, le cause interessate potrebbero essere teoricamente 40mila”. Di certo ci sono i dipendenti a tempo di supermercati, commessi, impiegati nel turismo, nelle aziende di servizi di pulizie. Non solo. Anche la Federazione nazionale della stampa italiana, il sindacato dei giornalisti, è subissata di telefonate. Dal giudice, in questi anni, sono finiti alcuni degli “storici” precari della Rai, ma non solo: “La categoria ha visto crescere a dismisura solo l’occupazione fatta di contratti a termine, mai trasformati in contratto a tempo indeterminato anche quando era d’obbligo farlo”, spiega il portavoce dell’Fnsi, Renzo Santelli. E nel mucchio c’è pure chi ha fatto causa tra i dipendenti del trasporto aereo e di servizi aeroportuali, nonostante una legge ad hoc fatta nel 1986 proprio per liberare le compagnie del settore dai vincoli legati al contratto a tempo. Ma anche con questi numeri la levata di scudi non c’è stata. Scongiurato il rischio che l’obbligo del reintegro sparisse per sempre, come prevedeva la prima versione del testo, ufficialmente le principali sigle sindacali hanno mostrato solo timidi segni di disapprovazione. Affilano le armi gli uffici dei giuslavoristi Chi sta affilando le armi sono invece gli uffici legali dei giuslavoristi, alle prese con migliaia di assistiti. L’intenzione è quella di impugnare la legge per palese incostituzionalità, basandosi sul principio che la norma ha un effetto solo per un gruppo delimitato di lavoratori e non su tutta la categoria. Spiega Sergio Galleano, giuslavorista e rappresentante legale di migliaia di contrattisti ricorsi contro Poste: “Si tratta di una palese violazione dell’articolo 3 della Costituzione (tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, ndr). Come è possibile che un lavoratore che ha una causa in corso oggi non possa ottenere il reintegro, mentre chi farà causa dopo l’entrata in vigore del decreto, nelle stesse condizioni, potrà ottenerlo?”. Senza contare che in un certo senso l’emendamento ha anche un valore retroattivo, fa notare Roberto Lamacchia, presidente dell’Associazione giuristi democratici: “Nei casi in cui il procedimento è già stato avviato, va a modificare l’esito di una sentenza in primo grado”. È il caso di quelli che saranno “buttati fuori” dal proprio posto di lavoro quando ci sarà la sentenza di Appello. Quanti sono i precari delle Poste 50.000 circa i precari che hanno fatto ricorso dal ’98 11.000 i ricorsisti che hanno firmato l’accordo con Poste nel 2006, e sono stati assunti 4.000 quelli che nel 2006 erano già in servizio per avere vinto una causa e non hanno aderito (probabilmente aderiranno al nuovo accordo) 15.000 quelli che nel 2006 erano ancora in attesa di un giudizio di primo grado e in seguito all’accordo sindacale hanno rinunciato alla vertenza e sono stati inseriti in graduatoria 13.500 quelli che sono entrati in servizio dal 2006 al 2008 per avere vinto la causa in primo grado di giudizio. Sono a “rischio” con l’emendamento, ma possono firmare il nuovo accordo stipulato nel 2008 5.000 quelli ancora in attesa del primo grado di giudizio, che vedranno trasformarsi il diritto all’assunzione in diritto al risarcimento 6.300 le nuove cause di lavoro intentate nel 2006 2.700 le nuove cause di lavoro intentate nel 2007 Cronaca di un disastro annunciato e ignorato Come Poste Italiane, nonostante conoscesse bene i rischi, ha continuato per anni ad assumere con contratti “irregolari”. Sarà dura da far digerire ai dipendenti dei supermercati, delle agenzie viaggio, ai commessi dei negozi alle prese con giudici e avvocati. Ma la norma che li lascerà a casa è solo un rimedio a un grande pasticcio. Un pasticcio che si trascina da 11 anni, ha coinvolto più di 50mila lavoratori, intasato i tribunali con altrettante vertenze, è costato milioni di euro in spese legali, e chissà quanti altri milioni per i reintegro di parte di questi dipendenti. Il pasticcio è iniziato nel 1997, anno in cui Poste Italiane ha avviato i primi contratti a tempo determinato, col placet dei sindacati, “per esigenze eccezionali conseguenti alla fase di ristrutturazione”. Solo condizioni particolari, dice chiara la legge, consentono alle aziende di fare questo tipo di contratti. E in quel caso l’azienda aveva firmato un accordo specifico con i rappresentanti sindacali. La deroga però non fu più firmata a partire dall’aprile ’98, eppure le assunzioni di personale a tempo determinato sono continuate per anni, tutte con contratti “irregolari”, hanno poi riconosciuto i giudici. Le chiamate erano di diversa durata, anche molto brevi, e anche una sola di quelle poteva dare diritto al dipendente di ricorrere al giudice. I lavoratori lo sapevano bene, i sindacati anche, Poste pure. Mario Petitto, segretario generale della Slp Cisl, ha ancora conservata una lettera inviata al capo del personale nel 1999. “Fummo più che espliciti”, dice: “Vi rammentiamo che i contratti stipulati sono in violazione delle leggi vigenti”. Ma niente. E di lì il caos. Perché è dal ‘99 che sono cominciati i ricorsi a pioggia. “Aumentati con gli anni in misura esponenziale”, spiega Lorenzo Mondo, tra i fondatori del comitato ricorrenti Poste e oggi delegato in Sicilia per UilPost, “mentre contro azienda venivano presentati centinaia di ricorsi, si continuava a chiamare gente con lo stesso metodo”. Difficile trovare una spiegazione logica a questo disastro. “Di certo”, spiega l’avvocato Sergio Galleano, titolare di uno dei maggiori studi che rappresentano i dipendenti, “Poste era pesantemente sotto organico e aveva bisogno di questi lavoratori”. Così si vennero a creare situazioni assurde, per cui, un lavoratore che aveva fatto ricorso all’azienda, si vedeva arrivare a casa la convocazione per un altro contratto a tempo, che paradossalmente gli dava la possibilità di fare un nuova vertenza. Un primo tentativo di porre rimedio al caos fu fatto nel 2001, quando fu approvata una legge che disciplinava i contratti a tempo, ma ancora i ricorsi continuarono, fino ad arrivare ai circa 50mila di oggi. Le cause si sono trasformate in spese abnormi. Nel bilancio dell’anno 2006 si legge che l’azienda ha speso 33,515 milioni di euro in spese legali e 250 milioni per l’estinzione dei contenziosi e vertenze di lavoro “ascrivibili in buona parte ai contratti a tempo determinato”. Nello stesso anno, per non affogare nel mare di ricorsi, quasi tutti vincenti, l’azienda ha cercato di correre ai ripari. “Nel 2006 c’è stato il primo accordo sindacale”, racconta Lorenzo Mondo, “si è sanata la posizione di 11mila ricorsisti, che erano già in servizio per avere vinto la causa di primo grado, altri 15mila che avevano presentato ricorso ma erano in attesa di un giudizio sono stati inseriti in una graduatoria, che dava la possibilità di ricevere una chiamata tempo indeterminato entro la fine del 2009, e altre chiamate a tempo determinato sul territorio regionale”. Si forma così la prima graduatoria di chi attende un “posto”, una lista infinita che tiene insieme i precari storici o chi aveva prestato servizio solo per un breve periodo. Come Pietro, 71 giorni di lavoro all’attivo tra il ’97 e il 2005, una causa intentata e diritto acquisito a un lavoro. Posizione in graduatoria: 10.126. Per chi invece era già stato integrato dal giudice in primo grado, l’accordo prevedeva che l’azienda non ricorresse in appello, a patto che il lavoratore rinunciasse all’anzianità e restituisse il denaro già ottenuto. Una penale alta, ma un prezzo che molti (solo 4mila hanno detto “no”) hanno giudicato equo di fronte alla prospettiva di un lavoro certo. Ma l’ingorgo non si è risolto. Nel frattempo, tra il 2006 e il 2008, altri 13.500 lavoratori hanno continuato a vincere in tribunale il diritto al posto di lavoro e il pagamento delle mensilità arretrate, bloccando di fatto la graduatoria. Come se non bastasse, nel 2006 sono state intentate altre 6.300 cause, scese a 2.700 nel 2007. A oggi ne restano pendenti circa 10mila. Con la differenza che oggi Poste non ha più posto per riassorbire quei dipendenti: “Nel passaggio dal pubblico al privato l’azienda contava 70mila posti in meno in organico”, dice Petitto, memoria storica delle Poste, “oggi non è più così”. Quindi è arrivato il nuovo accordo sindacale, proprio a metà di questo luglio, che consente a tutti coloro che hanno vinto la prima causa (i 13.500 ultimi vincitori più i 4mila che non avevano accettato il primo accordo), di sanare la loro posizione, e per quelli in graduatoria danno la certezza di una chiamata entro il 2010. Ma non sono tutte rose e fiori. Per molti ricorsisti le cause sono durate diversi anni, specie nei tribunali più affollati e lenti. Il diritto a vedersi risarcire gli anni di lavoro “persi” si è trasformato in indennizzi da 50, 60, anche 80mila euro, qualcuno si è visto riconoscere anche più di 100mila euro. Chi oggi è costretto a firmare l’accordo, per via dell’emendamento “salvaPoste”, ha come unica scelta possibile quella di restituire quel denaro. “L’azienda ha concesso il pagamento a rate, in modo da non gravare sui bilanci familiari”, chiarisce Mondo, ma i soldi andranno comunque restituiti. E il tempo per firmare l’accordo stringe, la data ultima per aderirvi è il 31 ottobre. A meno di non volere rischiare tutto e impugnare la nuova legge “salvaPoste” per incostituzionalità. Nuove attese, altro tempo, incertezza sull’esito. Pasticcio risolto, o quasi. Poste Italiane ce l’ha fatta. ILSALVAGENTE - 7-7-09 Giorgia Nardelli

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